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Conosciuta come “villa della liberta Peticia”, la villa di Staranzano era una delle residenze a carattere abitativo e produttivo del territorio che in antico era amministrato da Aquileia.
Essa era posta lungo la strada romana che da Aquileia portava a Tergeste (Trieste) e in vicinanza di un corso d’acqua, forse un ramo dell’Isonzo oggi scomparso.
Come le altre “ville rustiche” di età romana, la villa gravitava su una proprietà terriera (fundus) dove si svolgevano varie attività economiche, dalle quali il proprietario e la sua famiglia traevano sostentamento e prodotti da commercializzare. Questi complessi erano formati da una parte residenziale (pars urbana) e da una prettamente produttiva (pars rustica).

Scavo di una casa romana nel fondo di proprietà della chiesa del sig. Laurencic. Scavo Laurencic. Staranzano
Scavo di una casa romana nel fondo di proprietà della chiesa del sig. Laurencic. -1955(foto Archivio del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia)

La villa di Staranzano fu scoperta casualmentenel 1955 in un terreno di proprietà della chiesa parrocchiale durante lavori di ammodernamento della rete fognaria. Gli scavi archeologici, condotti da Valnea Scrinari su incarico della Soprintendenza alle Antichità delle Venezie, portarono alla luce solo l’angolo sud-orientale dell’edificio, a una profondità di circa 80 cm dal piano di campagna e per un’estensione di circa 130 mq. Di queste prime indagini rimangono le annotazioni e gli schizzi che Giovanni Battista Brusin, archeologo e direttore del Museo Archeologico di Aquileia dal 1922 al 1952, registrò nei suoi diari. Altri limitati sondaggi e interventi di restauro e conservazione delle strutture sono stati effettuati nel 2002 e nel 2008 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia.
Le dimensioni della villa sono attualmente sconosciute.

Pianta dell’area indagata nel 1955 (Archivio del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia)

Recenti indagini georadarrealizzatenel 2022 nell’ambito del progetto “E-VILLAE” promosso dal Comune di Staranzano hanno permesso di individuare, a sud-est del complesso già scavato, tracce di almeno due ambienti probabilmente pertinenti alla villa ma non collegati fisicamente alla parte residenziale.
La prima edificazione del complesso si data alla seconda metà del I secolo a.C. In base ai dati archeologici sappiamo che tra il I e il II secolo d.C. vennero apportate delle modifiche all’edificio nel corso di almeno due fasi di ristrutturazione. La villa fu abitata fino agli inizi del III secolo d.C. Le ristrutturazioni comportarono, oltre a modifiche nelle dimensioni degli ambienti, anche l’uso di differenti materiali edilizi nelle murature: la fase più antica vide l’impiego di ciottoli di fiume, mentre in quelle più recenti vennero adoperati anche frammenti di mattoni e tegole. Su queste ultime spesso erano impressi i marchi di fabbrica che rimandano a noti produttori locali.
Lo scavo del 1955 mise in luce tre ambienti uguali, pavimentati in opus caementicium (battuto di malta inglobante scaglie di pietre di diversi colori), posti uno accanto all’altro e affacciati su un vano lungo e stretto, forse un cortile, riferibili alla prima fase edilizia.

Particolare di un pavimento in opus caementicium con pietre di diversi colori (I secolo a.C.)portato alla luce durante le indagini condotte nel 2002 (foto Archivio SABAP FVG)
Particolare di un pavimento in opus caementicium con pietre di diversi colori (I secolo a.C.)portato alla luce durante le indagini condotte nel 2002 (foto Archivio SABAP FVG)

Durante la prima ristrutturazione l’ambiente a sud-est (A) fu notevolmente ampliato: una parte venne pavimentata in cubetti di cotto e l’altra in tessellato bianco e nero; al centro della sala venne inserito un mosaico a scacchiera bianco e nero (emblema). Questa stanza era forse utilizzata come triclinium (sala da pranzo), con i letti triclinari probabilmente disposti sull’area pavimentata in cotto.

Anche l’ambiente più a nord (C), oggi coperto da una tettoia, fu ripavimentato con un mosaico a tessere bianche incorniciato da una fascia a tessere nere. Al centro del pavimento venne inserito un riquadro con motivo a scacchiera in bianco e nero, anch’esso delimitato da una cornice nera.

Mosaico della villa romana della Liberta Peticia, Staranzano
Il mosaico del vano C (foto A.Re.Con snc)

L’ultima ristrutturazione,caratterizzata da una tecnica costruttiva poco accurata,apportò notevoli modifiche alla grande sala (A). Una parte di essa fu suddivisa in quattro piccoli vani o celle mediante muretti. Il ritrovamento di un blocco di pietra squadrato e con un foro centrale (D), accostato al muro perimetrale della casa in corrispondenza di un contrafforte esterno, induce a ipotizzare che vi fosse inserito un palo per sostenere un divisorio mobile (ad esempio una tenda): questo avrebbe permesso di dividere ulteriormente la sala creando una sorta di anticamera e impedendo la vista delle cellette.
Tali elementi fanno pensare alla trasformazione di questa parte della villa in un sacello, ossia un luogo destinato ad un culto domestico. Alla sala si accedeva dal cortile tramite una porta documentata dal ritrovamento di una soglia in pietra (E) con i fori per i cardini. Questa trasformazione in sacello è avvalorata dal ritrovamento, in questo ambiente, di una grande lastra in pietra (dimensioni conservate 57 x 57 cm), forse una mensa, una sorta di tavola per offerte rituali.

Bona Dea; liberta Peticia; Staranzano
La lastra in pietra con l’iscrizione che cita la liberta Peticia (foto Archivio del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia).

Essa reca incisa l’iscrizione B(onae) D(eae) V(otum) / PETICIA L(uci) L(iberta) AR[—] che testimonia lo scioglimento di un voto fatto da Peticia, liberta (schiava liberata) della famiglia dei Peticii, alla Bona Dea.L’iscrizione si datatra la fine del I secolo a.C. e la prima metà del I secolo d.C. e testimonia quindi che il culto alla Bona Dea era praticato nella villa di Staranzano già durante la sua prima fase di impianto.
Nel cortile interno del complesso, pavimentato con cubetti di cotto, è stata inoltre rinvenuta una grande piattaforma quadrangolare la cui funzione o l’eventuale relazione con il sacello sono sconosciute.
Il culto di Bona Dea era particolarmente diffuso nel territorio di Aquileia e si connotava come un culto misterico, praticato solo da donne, i cui caratteri non potevano essere conosciuti dagli uomini. Le celebrazioni si tenevano in forma pubblica nei templi ma anche in forma privata all’interno delle abitazioni; vi partecipavano donne libere e schiave affrancate.

Templio Bona Dea, Trieste
Ricostruzione 3D del santuario suburbano dedicato alla Bona Dea a Tergeste (da La città invisibile. Frammenti di Trieste romana, Produzioni televisive Regione Friuli Venezia Giulia

La presenza delle piccole celle nell’ambiente A della villa riporta a edifici sacri dedicati a questa divinità salutifera, ad esempio al tempio di Bona Dea Subsaxana sull’Aventino a Roma o a quello individuato nel centro di Trieste nel 1910, dove le celle erano forse destinate allo svolgimento di attività di divinazione o a riti di guarigione.
La comprensione delle caratteristiche architettoniche della villa di Staranzano e la ricostruzione delle sue fasi di frequentazione sono particolarmente problematiche a causa della scarsità di materiali di uso comune recuperati durante le indagini archeologiche, come la ceramica e le anfore. Nei diari di scavo del 1955 risultano menzionati solo tegole bollate e alcuni oggetti in metallo, come ad esempio un ago da rete in bronzo.

Il progetto E-VILLAE è ideato dal Comune di Staranzano
assieme all’associazione culturale Lacus Timavi
e finanziato da Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

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