Villa romana della liberta Peticia, Staranzano

Villa di Staranzano

Conosciuta come “villa della liberta Peticia”, la villa di Staranzano era una delle residenze a carattere abitativo e produttivo del territorio che in antico era amministrato da Aquileia. Essa era posta lungo la strada romana che da Aquileia portava a Tergeste (Trieste) e in vicinanza di un corso d’acqua oggi scomparso.
Come le altre “ville rustiche” di età romana, la villa gravitava su una proprietà terriera (fundus) dove si svolgevano varie attività economiche, dalle quali il proprietario e la sua famiglia traevano sostentamento e prodotti da commercializzare. Questi complessi erano formati da una parte residenziale (pars urbana) e da una prettamente produttiva (pars rustica).
La villa, in cui è attestato il culto ad una divinità femminile, la Bona Dea, fu abitata dalla metà del I secolo a.C. agli inizi del III secolo d.C. Essa nel corso della sua vita fu oggetto di ristrutturazioni riconoscibili grazie al sovrapporsi di diversi rivestimenti pavimentalie all’uso di differenti materiali edilizi nelle murature nel corso dei secoli. Gli scavi condotti nel 1955 hanno messo in luce solo una porzione ridotta del complesso che doveva essere invece molto più esteso.


Mosaico della villa romana ENEL, Monfalcone

Villa presso l’impianto ENEL

Nel 1965 la Soprintendenza alle Antichità delle Venezie indagò quel che rimaneva della villa, già individuata tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento da Alberto Puschi e distrutta, nel corso della prima metà del Novecento, dalla costruzione della statale 14 e successivamente da quella della centrale ENEL.
L’indagine portò alla luce muri e pavimenti in mosaico. Di questa villa, purtroppo, rimangono solo testimonianze fotografiche: una di queste è relativa a un ambiente pavimentato con un mosaico nero a crocette bianche che trova confronti con decori simili attestati in alcune ville romane del territorio datati alla seconda metà del I secolo a.C.

Mosaico della villa romana ENEL, Monfalcone
Particolare di uno dei mosaici durante lo scavo archeologico (foto Archivio SABAP FVG)

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Mosaico dei Delfini di villa della Punta, Monfalcone, Lacus Timavi

Villa della Punta

Il grande complesso, situato sull’isola che anticamente fronteggiava la foce del Timavo, venne indagato agli inizi degli anni Settanta del Novecento.
Esso era caratterizzato da una trentina di ambienti disposti intorno a un cortile centrale.
A nord e a nord-est, nell’ala residenziale, alcuni vani presentavano pavimenti decorati con mosaici geometrici in bianco e nero; a ovest era probabilmente situata la parte rustica della villa dove si svolgevano attività produttive. Il rinvenimento di una pressa da olive e di elementi in pietra riconducibili a un torchio sembra confermare questa attribuzione.
Una serie di vani, inoltre, è stata interpretata in via ipotetica come un’area termale. Qui è stato rinvenuto un mosaico con un riquadro centrale che raffigura due delfini neri affrontati a un tridente.
Questi ambienti si aprivano su un cortile affacciato sulla laguna; nelle vicinanze è stata eccezionalmente rinvenuta un’imbarcazione. Essa, per la tecnica costruttiva impiegata (“a mortase e tenoni”) era destinata a un uso in mare aperto.
Della barca, databile come l’edificio residenziale tra la seconda metà del I secolo a.C. e il II secolo d.C., si conservava il fondo, quasi per intero (11 x 3,8 metri).
È possibile che servisse per la distribuzione commerciale dei prodotti della villa (olio, vino, salse di pesce?). All’interno dello scafo si sono ritrovati alcuni oggetti di uso quotidiano che erano utilizzati a bordo: vasi in ceramica, un paniere di vimini e un recipiente di legno contenente uva.
Il relitto si trova oggi nel Museo Archeologico Nazionale di Aquileia.


Villa dei Tavoloni, Monfalcone: indagini di scavo

Villa dei Tavoloni

Anche di questa villa, indagata a più riprese tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del Novecento, nulla rimane oggi visibile.
Dalle relazioni di scavo e dalla documentazione fotografica si ipotizza che la parte rustica fosse caratterizzata da una serie di ambienti disposti intorno a un cortile pavimentato in cocciopesto e decorato da frammenti di ciottoli fluviali.
Altri ambienti presentavano pavimentazioni in battuto e in mattonelle di cotto disposte a spina di pesce (opus spicatum). Sulla base dei materiali archeologici rinvenuti è possibile stabilire che la villa fu abitata dalla seconda metà del I secolo a.C. al I secolo d.C.
Altre strutture di non chiara interpretazione portate alla luce nell’area circostante agli inizi del Novecento (forse una cisterna, un muro di recinzione e un piccolo molo) sono probabilmente da mettere in relazione con la villa dei Tavoloni.


Ambiente ipogeo terme romane di Monfalcone

Terme romane di Monfalcone

Il territorio definito nell’antichità Lacus Timavi era noto per la presenza di acque solforose che ancora oggi sgorgano dal sottosuoloe sono sfruttate dai moderni impianti termali di Monfalcone.
La principale fonte, con temperatura attorno ai 40°, si trovava nella parte occidentale della maggiore delle insulae clarae, piccole isole che in epoca romana erano prospicientil’area costiera delle Bocche del Timavo. Quest’isola, caratterizzata da due alture unite da un istmo, sembrava dividersi in due parti al salire della marea; la più grande di esse in età moderna prese il nome di collina di Sant’Antonio, l’altra, dove sgorgava una polla di acqua termale più tiepida, era chiamata isola della Punta.
Oggi queste isole si trovano completamente interrate sia a causa del progressivo impaludamento dell’area costiera sia a causa delle bonifiche realizzate dall’uomo.
Nonostante il fatto che non si fosse mai persa memoria della presenza delle terme antiche e nonostante le numerose ricerche scientifiche condotte nell’area dalla fine dell’Ottocento, è ancora difficile ricostruire l’effettiva articolazione ed estensione dell’impianto termale di epoca romana, a causa della continua sovrapposizione di altri edifici con la medesima funzione nel corso dei secoli.
Gli scavi condotti nell’area nel 1911 portarono alla scoperta di vani pavimentati in cotto e in parte affrescati e di una corte delimitata su due lati da un portico. Altre più recenti indagini archeologiche hanno apportato nuovi dati alla comprensione delle antiche terme, che furono attive tra la fine del I secolo a.C. e il III secolo d.C.
Di notevole interesse è la scoperta di una statuetta in marmo di un Erote dormiente che probabilmente faceva parte dell’apparato decorativo del complesso termale.


mosaici della villa romana del Rondon, Monfalcone

La villa di Casale Rondon

Nel territorio di San Canzian d’Isonzo, a circa due chilometri a sud dell’abitato odierno, dove sorgeva il mulino medievale del Rondon, furono rinvenuti nel 1971 lacerti di un pavimento musivo policromo riccamente decorato, riferibile alla prima metà del III sec. d.C.Il mosaico è documentato solo da fotografie realizzate al momento della scoperta e venne ricoperto subito dopo da edifici di uso agricolo.
Esso era caratterizzato da raffigurazioni di busti di atleti alternati a didascalie in greco, racchiusi in campi circolari delimitati da trecce a due capi.
Un settore del pavimento era decorato con una scena marina, molto lacunosa, di cui si conservavano solo parte di un amorino e di un mostro marino.
Pur in assenza di dati sulle strutture e sulla loro estensione, gli studiosi ritengono che questi mosaici facessero parte di un grande complesso residenziale di altissimo livello dotato di terme, dal momento che l’associazione di figure di atleti e scene marine trova confronto con le decorazioni tipiche degli ambienti termali di età romana.


Bona Dea; liberta Peticia; Staranzano

La villa romana di Staranzano

Conosciuta come “villa della liberta Peticia”, la villa di Staranzano era una delle residenze a carattere abitativo e produttivo del territorio che in antico era amministrato da Aquileia.Essa era posta lungo la strada romana che da Aquileia portava a Tergeste (Trieste) e in vicinanza di un corso d’acqua, forse un ramo dell’Isonzo oggi scomparso.
Come le altre “ville rustiche” di età romana, la villa gravitava su una proprietà terriera (fundus) dove si svolgevano varie attività economiche, dalle quali il proprietario e la sua famiglia traevano sostentamento e prodotti da commercializzare. Questi complessi erano formati da una parte residenziale (pars urbana) e da una prettamente produttiva (pars rustica).
La villa di Staranzano fu scoperta casualmente nel 1955 in un terreno di proprietà della chiesa parrocchiale durante lavori di ammodernamento della rete fognaria. Gli scavi archeologici, condotti da Valnea Scrinari su incarico della Soprintendenza alle Antichità delle Venezie, portarono alla luce solo l’angolo sud-orientale dell’edificio, a una profondità di circa 80 cm dal piano di campagna e per un’estensione di circa 130 mq.
Di queste prime indagini rimangono le annotazioni e gli schizzi che Giovanni Battista Brusin, archeologo e direttore del Museo Archeologico di Aquileia dal 1922 al 1952, registrò nei suoi diari. Altri limitati sondaggi e interventi di restauro e conservazione delle strutture sono stati effettuati nel 2002 e nel 2008 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia.
Le dimensioni della villa sono attualmente sconosciute. Recenti indagini georadarrealizzatenel 2022 nell’ambito del progetto “E-VILLAE” promosso dal Comune di Staranzano hanno permesso di individuare, a sud-est del complesso già scavato, tracce di almeno due ambienti probabilmente pertinenti alla villa ma non collegati fisicamente alla parte residenziale.
La prima edificazione del complesso si data alla seconda metà del I secolo a.C. In base ai dati archeologici sappiamo che tra il I e il II secolo d.C. vennero apportate delle modifiche all’edificio nel corso di almeno due fasi di ristrutturazione.
La villa fu abitata fino agli inizi del III secolo d.C. Le ristrutturazioni comportarono, oltre a modifiche nelle dimensioni degli ambienti, anche l’uso di differenti materiali edilizi nelle murature: la fase più antica vide l’impiego di ciottoli di fiume, mentre in quelle più recenti vennero adoperati anche frammenti di mattoni e tegole. Su queste ultime spesso erano impressi i marchi di fabbrica che rimandano a noti produttori locali.
Lo scavo del 1955mise in luce tre ambienti uguali, pavimentati in opus caementicium (battuto di malta inglobante scaglie di pietre di diversi colori), posti uno accanto all’altro e affacciati su un vano lungo e stretto, forse un cortile, riferibili alla prima fase edilizia.
Durante la prima ristrutturazione l’ambiente a sud-est (A) fu notevolmente ampliato: una parte venne pavimentata in cubetti di cotto e l’altra in tessellato bianco e nero; al centro della sala venne inserito un mosaico a scacchiera bianco e nero (emblema). Questa stanza era forse utilizzata come triclinium (sala da pranzo), con i letti triclinari probabilmente disposti sull’area pavimentata in cotto.
Anche l’ambiente più a nord (C), oggi coperto da una tettoia, fu ripavimentato con un mosaico a tessere bianche incorniciato da una fascia a tessere nere.
Al centro del pavimento venne inserito unriquadro con motivo a scacchiera in bianco e nero, anch’esso delimitato da una cornice nera.
L’ultima ristrutturazione,caratterizzata da una tecnica costruttiva poco accurata,apportò notevoli modifiche alla grande sala (A).
Una parte di essa fu suddivisa in quattropiccoli vani o celle mediante muretti.
Il ritrovamento di un blocco di pietra squadrato e con un foro centrale (D),accostato al muro perimetrale della casain corrispondenza di un contrafforte esterno, induce a ipotizzare che vi fosse inserito un palo per sostenere un divisorio mobile (ad esempio una tenda): questo avrebbe permesso di dividere ulteriormente la sala creando una sorta di anticamera e impedendo la vista delle cellette. Tali elementi fanno pensare alla trasformazione di questa parte della villa in un sacello, ossia un luogo destinato ad un culto domestico.
Alla sala si accedeva dal cortile tramite una porta documentata dal ritrovamento di una soglia in pietra (E) con i fori per i cardini. Questa trasformazione in sacello è avvalorata dal ritrovamento, in questo ambiente, di una grande lastra in pietra (dimensioni conservate 57 x 57 cm), forse una mensa, una sorta di tavola per offerte rituali.
Essa reca incisa l’iscrizione B(onae) D(eae) V(otum) / PETICIA L(uci) L(iberta) AR[—] che testimonia lo scioglimento di un voto fatto da Peticia, liberta (schiava liberata) della famiglia dei Peticii, alla Bona Dea.
L’iscrizione si data tra la fine del I secolo a.C. e la prima metà del I secolo d.C. e testimonia quindi che il culto alla Bona Dea era praticato nella villa di Staranzano già durante la sua prima fase di impianto.
Nel cortile interno del complesso, pavimentato con cubetti di cotto, è stata inoltre rinvenuta una grande piattaforma quadrangolare la cui funzione o l’eventuale relazione con il sacello sono sconosciute.
Il culto di Bona Deaera particolarmente diffuso nel territorio di Aquileia e si connotava come un culto misterico, praticato solo da donne, i cui caratteri non potevano essere conosciuti dagli uomini. Le celebrazioni si tenevano in forma pubblica nei templi ma anche in forma privataall’interno delle abitazioni; vi partecipavano donne libere e schiave affrancate.
La presenza delle piccole celle nell’ambiente A della villa riporta a edifici sacri dedicati aquesta divinità salutifera, ad esempio al tempio di Bona Dea Subsaxana sull’Aventino a Roma o a quello individuato nel centro di Trieste nel 1910, dove le celle erano forse destinate allo svolgimento di attività di divinazione o a riti di guarigione.
La comprensione delle caratteristiche architettoniche della villa di Staranzano e la ricostruzione delle sue fasi di frequentazione sono particolarmente problematiche a causa della scarsità di materiali di uso comune recuperati durante le indagini archeologiche, come la ceramica e le anfore. Nei diari di scavo del 1955 risultano menzionati solo tegole bollate e alcuni oggetti in metallo, come ad esempio un ago da rete in bronzo.


Blocco ponte romano Ronchi dei Legionari, reimpiegato

Ponte di Ronchi

Questa imponente struttura, edificata molto probabilmente a cavallo tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C., costituiva un importante snodo della viabilità antica nel territorio.
Dalle fonti storiche sappiamo che i suoi resti furono portati alla luce per la prima volta intorno al 1688 nei pressi della chiesa di San Lorenzo di Ronchi, durante lavori di escavazione della ghiaia.
Gran parte dei blocchi di pietra che ne costituivano gli elementi strutturali furono rimossi nel corso dei secoli per essere in parte reimpiegati come materiale edilizio, ad esempio nel campanile della scomparsa chiesa di San Poletto a Monfalcone, o in quello della chiesa di Campolongo; altri blocchi, ancora oggi visibili, furono collocati come elementi decorativi, sul muro di cinta della villa De Dottori a Ronchi dei Legionari.
Oggi nulla rimane visibile del ponte in situ; tutto quello che conosciamo della sua conformazione e dei materiali di cui era costituito ci viene dall’analisi dell’ingente quantità di bocchi di pietra riutilizzati o ammassati in prossimità dell’area in cui esso sorgeva.
La struttura, lunga oltre 200 metri, era alta tra gli 8 e i 10 metri, ed era sostenuta da sei piloni; attraversava un antico ramo dell’Isonzo, oggi scomparso, che correva ai piedi del Carso.
In età romana, ma in un momento che non è possibile precisare, il ponte venne ristrutturato: a questo scopo furono impiegate lapidi o parti di monumenti funerari, databili entro la prima metà del I secolo d.C., provenienti probabilmente da vicine necropoli che erano situate come di consueto lungo le vie di comunicazione.


Tratto della strada nei pressi di Duino con i solchi nella pietra che testimoniano il transito di carri

Strada Aquileia-Tergeste

Questa importante arteria stradale, descritta dagli itinerari antichi e identificata da alcuni studiosi con la via Gemina, attraversava l’area tra l’Isonzo e il Timavo per dirigersi verso Tergeste (Trieste) e verso Pola in Istria.
Da Aquileia passava nel territorio di San Canzian d’Isonzo e poi in vicinanza della villa di Staranzano; essa si raccordava ad altre direttrici viarie nei pressi dell’odierna Ronchi dei Legionari dove un ponte lungo oltre 200 metri attraversava un antico alveo dell’Isonzo. La via correva poi ai piedi del versante meridionale dei colli monfalconesi e proseguiva verso Tergeste dopo aver valicato su un ponte di pietra il fiume Locavaz. Presso le foci del Timavo vi era la villa del Randaccio che fungeva da stazione di sosta per i viaggiatori (mansio). Numerosi tratti della strada sono stati individuati nel corso di ricerche archeologiche e mediante l’uso della fotografia aerea; il rinvenimento di monumenti funerari, di norma collocati, in età romana, lungo gli assi viarii, ha contribuito alla ricostruzione dell’antica rete stradale del territorio.

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Alberto Puschi in una foto di inizio ‘900 nell’area del ponte sul Locavaz (foto Fototeca CMSA Trieste)

Ponte sul fiume Locavaz

La strada che in età romana conduceva da Aquileia a Tergeste nel tratto a est di Monfalcone correva lungo la linea di costa e oltrepassava il fiume Locavaz su un ponte di cui oggi niente rimane visibile.
Alberto Puschi, direttore del Museo Civico di Trieste dal 1884 al 1918, ne rilevò alcuni elementi nel 1898. Parlando della strada egli scrive che … le vestigia si vedono ancora attraverso la palude ove sembra giacere su diga… riferendosi all’area allora impaludata tra il Lisert e le foci del Timavo.
Dai suoi appunti sappiamo che il ponte, in pietra arenaria e calcarea, era a due arcate.
Ad esso sembra essere pertinente il blocco iscritto in calcare recuperato nel 1932 durante i lavori di bonifica della palude delLisert.
L’iscrizione LEG XIII cita la XIII Legione Gemina i cui soldati sarebbero stati impiegati nella realizzazione della strada e del ponte o nella loro risistemazione nella seconda metà del I secolo a.C.